La vetrina

Quando osservo il mondo dall’interno del negozio tutto è capovolto. Le persone che passeggiano per strada e si intrattengono guardando le vetrine diventano la mia vetrina. L’unica finestra sul mondo per chi, dentro quella vetrina, trascorre un numero di ore indefinito, che a volte sembrano non finire mai.

Le vedi passare, le persone. Con i loro cappotti sempre più pesanti, i loro sandali che pian piano diventano stivali. Le loro acconciature, che sciolte e ribelli diventano code severe, o farcia per cappellini colorati. Quanta umanità di fronte alle vetrine. Indaffarata, affannata, preoccupata, arrabbiata, quanto mondo.

Ad intelaiare tappeti al suo tavolino dall’altro lato della strada, Mahir. In giacca-cravatta-mocassini, stringe mani e ricambia sorrisi accogliendoti in casa come un ospite. Arrivano da ogni parte a portargliene. Occhi fiammeggianti in un viso color caramello, pioggia, sole, vento, lui è sempre lì. Accosta la sua Duna in doppia fila con eleganza bizantina e con la maestria del sarto inizia a cucire. Almunda e il suo sorriso zingaro di fronte al Discount battibecca con lui quasi tutto il tempo. Ma quando arrivano i clienti e lui non c’è, gli lascia un biglietto sul parabrezza dell’auto con i numeri di telefono di chi è venuto a cercarlo.

La signora con la sciarpa rossa passa sempre tra le dieci e le due. E’ una figura lunga, affusolata. Arriva ondeggiando come un tulipano in un bouquet di farfalle, portando con sé la primavera rigida dei cieli tersi olandesi. La chiamano Madame Chameau, ma nessuno sa chi sia. L’espressione del volto in là con gli anni assomiglia a Trieste, enigmatica e terra di confine mentre il sorriso appena accennato ricorda l’aria frizzante della Roma di  metà Novembre. Con passo leggiadro, svelto ma composto, calca il marciapiede come un’étoile. I capelli biondi, o forse grigio perla, sempre raccolti e mai castigati. Gli occhiali scuri con la montatura leggera, gli abiti di tutte le tonalità del beige, del grigio, del cammello. La sua sciarpa di cachemire, rossa. Vogue, il Nord Europa, l’eleganza. Nessuna forzatura. Solo grazia. Passa Madame Chameau e voli insieme a lei.

E’ a quel punto che, come ogni secondo mercoledì del mese, entra il Made in Italy. Quello vero. Capelli argento, espressione matura e il sorriso affascinante di chi sa stare al mondo. Abito scuro, camicia bianca e cravatta verde. Soprabito lungo alla Robert Redford in Qualcosa di personale. Si attarda davanti alla vetrina per pochi secondi. Poi entra, sorride con gentilezza. Si siede, accavalla le gambe e chiede informazioni per una sua amica. Parla con un accento appena percettibile, voce calma ma decisa. Che ne sarà di tutto questo charme quando i settantenni non ci saranno più..?

Si alza, mi stringe la mano. Lo guardo uscire con il suo ombrello da passeggio scozzese e il passo di chi, anche oggi, ha molte cose da fare. Lascia la mia vetrina mentre iniziano a susseguirsi mamme con i passeggini, ragazzi con gli zaini, giovani universitari, turisti, impiegati, umanità che distrattamente alza lo sguardo verso la mia vetrina e mi regala un attimo della sua.

Ecco la tramontana.

Mahir lega le estremità del persiano arrivato da Corso Francia alla transenna del marciapiede. Scruta il cielo per un attimo che sembra non finire mai. E ricomincia a cucire. Almunda si alza il bavero del giacchetto di pelle con cui passa tutta la stagione, appoggia le spalle al muro e con lo sguardo basso ricomincia a tendere la mano.

Fa freddo. Parecchio.

Chiudo la porta e ricomincio a lavorare.

Mentre il mondo mi guarda dalla vetrina e mi tiene compagnia.

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