Andy Warhol: un viaggio di colore e follia

Esistono espressioni artistiche facilmente fruibili, almeno in apparenza. Sembrano non richiedere particolari conoscenze pregresse per essere apprezzate né un approccio filosofico preciso, perché arrivano indistintamente a tutti, quasi sempre senza annoiare.

La mostra di Andy Warhol al Complesso del Vittoriano a Roma fino al 3 Febbraio 2019 è un viaggio nella storia della Pop Art che ripercorre i momenti salienti della vita artistica di un personaggio che ha trasformato l’essere naif in un accessorio caratteriale, che ha sconvolto i canoni della moda riproponendo in chiave moderna un dandy non più annoiato, ma eclettico all’inverosimile.

Serigrafia, scultura, fotografia, cinema: “Il problema con i classicisti è che quando guardano un albero non vedono altro, e disegnano un albero”, l’assenza di schema diventa a sua volta lo schema da riprodurre compulsivamente con cromie sempre diverse e caleidoscopiche all’occhio umano.

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Nelle 170 opere che si susseguono raccontando l’artista ancora prima che l’arte, viviamo una vita fatta di trasgressioni, eccessi, scelte radicali e dichiarazioni disarmanti: “Quando ebbi il mio primo televisore smisi di farmi un problema dell’avere o meno relazioni profonde con gli altri”.

Saranno le illustrazioni, oltre 400 nel periodo 1949 – 1962 e sempre coltivate in parallelo alla sua attività di artista, a permettergli di sviluppare una sensibilità unica nei confronti dell’immagine redazionale e pubblicitaria. Fuori dalle logiche dell’utile, Warhol  riesce ad elaborare ed interiorizzare le strategie del consumismo e l’importanza della relazione con i mezzi di comunicazione, con un approccio che fa dell’interpretazione artistica una vera e propria tendenza della moda.

Abbatte così i canoni classici del rapporto tra prodotto e opera, facendo del prodotto un’opera – famose le tele celebrative della CocaCola – e trasformando l’opera in un prodotto: le serigrafie di Marylin Monroe, Mao, Che Guevara, sono diventate un’icona che va oltre il mito e oltre la Storia. Perchè l’arte deve essere consumata, come qualunque altro prodotto commerciale.

E’ la fine dei pezzi unici, delle opere tradizionali.

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La celebrazione del prodotto di massa, che come tale può essere indistintamente consumato da tutti, dall’operaio e dalla Regina d’Inghilterra, diventa una sorta di rivendicazione della democrazia sociale in una stagione di colori e follia che dal 1962 con la nascita della Pop Art, di cui Warhol rimane fondatore e maggiore esponente, rivoluziona i canoni dell’Arte, aprendola al mondo esterno e facendo a sua volta del mondo esterno un’espressione d’arte. Tutti mangiamo le stesse cose, abbiamo gli stessi miti, pensiamo allo stesso modo.

Andy Warhol si spegne nel 1987 a seguito di un  intervento chirurgico, a New York. Si racconterà della sua casa di Lexington Avenue, e dei suoi 25 gatti di nome Sam, meno uno che si chiamava Hester. Si dirà della sua Silver Factory a Midtown, teatro della creazione delle sue opere maggiori, attorno a cui orbitavano artisti e personaggi di rilievo della NewYork ribelle e glamour degli Anni Sessanta. Di quell’argento celebrato anche nel suo look, di un caschetto color luna mai abbandonato e della predilezione per l’underground. Lou Reed nel 1990 gli dedicò un intero album, Songs for Drella,  in cui viene consacrato definitivamente il suo pensiero e la sua influenza.

Pare fosse elusivo, più di quanto apparisse, e che celasse dietro l’allure festaiola una timidezza superata solo nelle sue opere. Profondamente credente non smise mai di avere fede. L’estro del suo genio, forse, non verrà mai compreso fino in fondo. O forse è così che mi piace pensarlo.

Primo e forse unico geek della Storia dell’Arte.

Cattura

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