Impressioni di Montmartre

Sempre e dovunque anche il brutto ha i suoi aspetti affascinanti; è eccitante scoprirli là dove nessuno prima li ha notati.

Arrivavo a Parigi dopo moltissimi anni con l’obiettivo primo di perdermi a Montmartre, che inspiegabilmente era rimasta sempre fuori dai viaggi precedenti. La pioggia battente sul vetro del treno ci prospettava giornate di cioccolata calda e ombrelli a pois,  ma non potevamo davvero immaginare che, una volta arrivati, anche quel clima avrebbe avuto il suo perché e che, come quasi tutto se si tratta della Francia, ci avrebbe sorpreso in maniera inaspettata.

Quando sono partita da Lille Flandres, Parigi era un ricordo lontano, sfocato e assolato, di cattedrali, installazioni e opere d’arte senza tempo. Avevo l’ambizione di rivederla tutta, in soli 2 giorni, partendo proprio dal XVIII Arrondissement, per un momento bohémien di trasognato ardore e un abbaglio decadente di Belle Époque.

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Siamo scesi a la Gare du Nord quella mattina grigia di fine estate, che Edith Piaff sembrava cantare padam padam mentre immaginavamo la colazione in una deliziosa patisserie tra macarons e crepes suzette,  per ritrovarci improvvisamente catapultati nella moltitudine di colori, lingue e effluvi di kebab attorno alla stazione.

Il sogno di perdizione romantica faceva posto ad un’Europa 2.0 che ridefiniva inesorabilmente il concetto di contemporaneità.

Cercavamo la Parigi dei vicoli e degli artisti, quella delle pennellate rosse sui tendoni dei bistrot, quella buia e profana dominata dal bagliore luminoso del Sacro Cuore, quella respirata e vissuta da Toulouse-Lautrec, Van Gogh e Picasso, quella sciatta eppure appassionata di Renoir. Cercavamo la Parigi che fu, tra un valzer di Amelie e uno Chat noir. Per questo motivo, abbiamo percorso a testa bassa Boulevard de Magenta verso nord e ci siamo fermati solo di fronte alla scalinata del Sacro Cuore.

L’imponenza della Basilica, che svetta maestosa tra i vicoli quando meno te lo aspetti, nobilitando un ambiente che conserva poco del fascino che lo ha reso celebre, incarna lo spirito francese nella sua accezione migliore e la teatralità del raggio di sole quando l’abbiamo vista apparire sopra di noi è stato quel tocco istrionico a cui il clima francese non sa rinunciare mai, soprattutto quando ha a che fare con gli italiani.

La meraviglia che riempie lo sguardo è stata il simbolo della vitalità francese dopo la sconfitta nella guerra franco-prussiana, i lavori iniziarono proprio nel 1873 per donare alla nazione la fiducia e l’ottimismo necessari ad una nuova rinascita. Lo stile romanico-bizantino che aveva ispirato il progetto fu progressivamente rimaneggiato, e quando i lavori si conclusero nel 1920 ne risultò un’opera di peso e senza caratteristiche predominanti se non nella pietra calcarea, che non trattenendo polvere e smog risultava ancora più luminosa dopo la pioggia.

Ci portiamo a spasso trasognati nei dintorni della Basilica, approdando quasi per caso nella famosa e pittoresca Place du Tertre.

Simbolo di una Montmartre romanzesca e romanzata la piazza è oggi affollata di pittori di strada che riescono con una certa malinconia a restituire la fotografia di un fermento artistico-culturale apparentemente mai sopito ma spesso poco in linea con le aspettative del turista medio – un po’ sopraffatto, diciamolo, dalle caricature di una Madonna anni ’80 che riesce ad essere sempre uguale, da Fontana di Trevi al Ponte di Brooklyn.

Ci ostiniamo, però, a rimanere nel sogno della nostra mattinata en plein air sulla rive droit che prosegue in un succedersi di vicoli e scorci, negozietti turistici e personaggi improbabili, fino alla storica Rue Lepic, che percorriamo in discesa giungendo alle spalle del Moulin Rouge.

Impossibile ritrovare una familiarità con le letture e dipinti che la storia dell’arte ci ha tramandato. Eppure la sindrome di Stendhal ci coglie all’improvviso, quando alzando lo sguardo siamo rapiti da Le Moulin de la Galette.

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Al culmine della sua celebrità, nel 19° secolo, era un ristorante che comprendeva due mulini a vento e uno spazio all’aperto per il ballo. Divenuto famoso perché assiduamente frequentato e riprodotto dai più grandi artisti dell’Impressionismo e post-Impressionismo, ancora oggi è sormontato dal delizioso Moulin Radet, che caratterizza questo angolo di Parigi, facendone un posto senza tempo e senza età.

Van Gogh, Renoir, Picasso, Toulouse-Lautrec, immense le personalità che tra la fine dell’Ottocento e l’inzio del Novecento furono stregati da questo piccolo angolo di brio e decadenza oggi soffocato dal progresso ma ancora capace di regalare un attimo di fuga dal presente. Immensa l’emozione di essere dentro una cornice che fu la loro, fuori dal tempo e dallo spazio. Difficile non soffermarsi ad immaginare la luce che filtrava tra i rami sui volti gioiosi dipinti da Renoir. Ancora più difficile non immaginare i balli voluttuosi raffigurati da Toulouse. Impossibile non sentire lo sguardo di Van Gogh, e immaginare come la sua mente dovesse percepire il risveglio culturale di Parigi dalla finestra della sua stanza proprio qui, a Rue Lepic.

Nel vortice di questi pensieri, ci ritroviamo al Moulin Rouge appagati da una mattinata piena di contraddizioni eppure bella, nella sua complessità. Il rosso del Mulino spicca e rallegra un’aria di nuovo grigia e parigina, coerente pur nella sua volubilità.

Non sappiamo immaginare cosa dovesse essere la Montmartre della Belle Époque. Non sappiamo come passasse le sue notti maledette Paul Verlain alle pendici del monte davanti a Le Chat Noir. Non sappiamo come volasse la mente di Toulouse tra le gonne delle ballerine di can-can. Ancora meno sappiamo perchè Picasso abbia rimpianto così tanto il suo periodo rosa a la Butte. Sappiamo che quel fermento accese le tele di Van Gogh e le case degli europei con l’illuminazione e il progresso tecnologico che migliorava le vite delle persone. Che fu il primo e ultimo vero momento di pace dell’era contemporanea, tra l’avvento del cinema e della fotografia.

Oggi non rimane che l’ombra di quel mondo lì.

Lo riviviamo nell’ultimo respiro di una Montmartre che non esiste più. E ch’eppure, inspiegabilmente, si percepisce nel colore sbiadito di una Belle Époque di cui forse, avremo per sempre nostalgia.

La Goulue
Henri de Toulouse – Lautrec, 1891 (particolare)

 

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